lotto marzo

Ieri arrivata a lavoro, già vestita di nero perché sì, la primavera è bella, ma la vita un po’ meno, ho iniziato a fare quello che faccio di solito: controllare la posta e cancellare le newsletter inutili ereditate da chi mi ha preceduta.
Ieri ad aspettarmi c’era lei, l’email che voleva parlare direttamente a me: donna! L’email che voleva farmi sentire donna. Come?
Con un mazzo di mimose.
Sul cazzo.

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Oggi è mercoledì 8 marzo. Lunedì ho avvisato il mio datore di lavoro che, oggi, avrei avuto l’intenzione di scioperare e partecipare alla manifestazione che partirà alle 16 da Piazza XVIII dicembre.
Quando ha sentito la parola sciopero ha cambiato espressione. Eppure nel settore in cui lavoro gli scioperi sono abbastanza comuni ma, come tutte le cose che accadono spesso, evidentemente hanno perso un po’ d’efficacia.
Io, bionda ma con un grande potenziale (cit.), che non sorride mai ma che piange spesso (#truestory), di lunedì mattina ho detto sai che c’è? mercoledì sciopero perché sono donna.
Sono andata oltre il suo volto sconvolto, come se avessi insultato ciò che ha di più caro, che attenzione! non è la mamma ma i soldi e l’azienda, e ho sorriso mentre aggiungevo dettagli: vado via alle 14… c’è la manifestazione alle 16… ecc…
Ovviamente mi ha detto ok, fai quello che vuoi.
Ha anche aggiunto di non dirlo alle altre.
Le altre.
Le mie colleghe ovviamente lo sanno. Ma che a loro non interessi l’argomento è un altro argomento.

Ieri all’ora di pranzo ho avuto l’occasione di vedere Studio Aperto. Ora, io non sono d’accordo con chi si rifiuta di guardare Studio Aperto considerandolo feccia televisiva. La fuori è pieno di persone che lo guardano e si fanno un’opinione su ciò che sentono e vedono, senza applicare alcun filtro.
E io quelle persone le voglio capire.
Voglio sapere perché uno arriva a pensare che lo sciopero di oggi sia un’azione che ha come effetto negativo solo creare disagio ai più deboli e bisognosi, come anziani e bambini che hanno bisogno ogni giorno delle cure femminili (e questa è una citazione del servizio di ieri di SA).
Dopo aver visto quelle immagini e sentito quelle parole in TV non mi ha sorpreso leggere su facebook tantissimi commenti che dicevano, chi accusando i sindacati e chi direttamente le donne, le stesse cose, cioè: le donne che scioperano fanno male perché creano disagio! che cattive egoiste!!
Per quelle persone lascio qui la definizione di sciopero.
Per quelli che lo ritengono una pagliacciata inutile lascio qui una lettura interessante.

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Ho una voglia di scrivere marginale.

Sono parecchi mesi che non scrivo qui e la cosa non mi sorprende affatto.
Mi conosco e sapevo che sarei arrivata al momento della lunga pausa mista lamento.

Il lavorare tanto, inteso come intensamente e per lunghe ore, non mi dà fiato ma è anche vero che quando ho del tempo libero faccio quello che mi riesce meglio, cioè subire con eleganza le seguenti fasi:
– consapevolezza di non saper gestire il proprio tempo libero;
– consapevolezza di non voler gestire il proprio tempo libero;
– ripetermi “non gestire il tuo tempo libero! passi già tutto il tempo a gestire il tempo a lavoro perché dovresti farlo anche quando non lavori? CAZZEGGIA”;
– iniziare la fase in cui comincio ad annoiarmi in maniera ansiosa mista indifferente;
– poi arrivare al momento finto produttivo, quando inizio a pensare “sì, e ora dopo aver fatto una doccia inizierò Il Maestro e Margherita ma prima dovrò assolutamente farmi una cioccolata calda, togliere e rimettere lo smalto, stendere e forse stirare, il tutto mentre controllo Facebook e instagram a intervalli regolari”;
– al ché inizio a rendermi conto che sto tergiversando non solo l’inizio del libro ma l’inizio di qualunque genere di attività nuova e produttiva;
– ovviamente grazie al mio alto livello di consapevolezza mi arrendo facilmente, infatti cado subito nel momento Netflix;
– il problema però è peggio perché non ho nemmeno la pazienza di cercare cose nuove su da guardare quindi finisco per riguardare, per la settima volta, l’incipit de Il Divo pensando sempre le stesse identiche cose, ovvero: la mia vita non sarà mai così perfetta, non sarà mai un incipit di Sorrentino e lui non dedicherà mai un incipit alla mia vita.

Certo, al tema “ciclo – femminismo – ruolo delle donne – perché il mio amico gay non vuole dirlo ai suoi?” ci penso sempre. Ma in modo diverso, cambiato, rispetto a prima.
Ed è ovvio che questa è la ragione per cui non scrivo più tanto.

Ho pure fatto una nuova intervista, per la rubrica Ciclo di ragazze, ma non ho sentito quella spinta interiore che mi porta a concludere le cose.

La verità è che per ora non ho voglia e mi merito di non avere voglia.
Darò la colpa di questo sentimento interiore al fatto che troppe cose stanno succedendo intorno a me e a nessuno di questi avvenimenti posso partecipare attivamente.
Vedi le elezioni americane cariche di disagio e divisione, il referendum e la gente che non sa attraversare la strada senza provocarmi piccoli infarti.

Per ora, quindi, mi accontento di essere una spettatrice di uno show dove il mio ruolo è per di più marginale.

Struggersi al supermercato.

La vita è quella situazione che ti ritrovi a vivere in modo ciclicamente lineare, e molto di quel tempo lo passi a lamentarti. Ti lamenti e ti lamenti fino a quando il messaggio viene ricevuto da qualche astrale entità che in tutta risposta dice ok, aspetta che mi invento qulcosa. Aspetta eh. 

Ecco, sì, forse ci sono.
Così, potrebbe funzionare bene.

E poi ecco che per miracolo ti ritrovi nel parcheggio del nuovo Carrefour della città di provincia a piangere. In auto, perché nei film hai visto che si fa così, con lo sguardo rivolto verso le tangenziale mentre la macchina risponde al richiamo della gravità, in maniera impercettibile, perché ti sei dimenticata di tirare il freno a mano o perché si sono dimenticati di mettere la strada in piano. Ma visto che sei parcheggiata tanto vale fare la spesa.

Piangere nel Carrefour, quello no, nei film non lo fanno vedere e di certo non ti migliorerà l’umore. Stai pensando che dovresti dire ai vari responsabili delle semiotica del supermercato che le sensazioni che provi al suo interno sono di pulizia e novità, sì, ma anche di caos. Ti stai perdendo tra una pagnotta surgelata e il reparto orto-frutta, troppo simile alla ricostruzione di un mercato, e questo non è mica un segno positivo. OK le lacrime che annebbiano ma non mi sembra questo il caso di una perdita di direzione.
Poi se prima eri in auto e almeno piangevi e basta, ora devi piangere mentre tasti e giudichi il livello di maturità dell’avocado che sembra maturo, ma ti ricordi quella volta che sapeva di ammoniaca ed era, in fondo, duro?

Duro continua a essere tutto quanto, persino il carrellino, quello piccolo misura single, ma almeno sono tutti troppo concentrati a tastare la frutta e la verdura per rendersi conto che stai piangendo sulla bilancia.  No, le lacrime non hanno un numero dedicato al loro peso. Sarebbe un’idea ridicola.
No, non ci pensare a trasportare il dramma nel reparto cibo vegano dove tutto è colore, tutto è soia, tutto è lamento. Soia a panetti, a burgher e cotoletta, soia in tofu e polpette, “affettati” e “salamì” con le virgolette e l’accento sulla i.
La verità è che ti sei scelta una vita povera di proteine animali quindi ora ringrazia solo ché il supermercato ha fatto della tua nicchia una fonte del suo guadagno.
E poi, lo sai che hai smesso di piangere mettendo nel carrellino le due confezioni di salamì?
Forse la finzione a fette ti renderebbe felice, provaci.

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Una maglia Paris no la indosserei mai, ma rende l’idea. Illustrazione di Bodil Jane.

 

 

Titolo di fine settembre.

Ok, ho passato due mesi a scaccolarmi.
Almeno questo è quello che risulta leggendo il titolo dell’ultimo post, datato agosto 8.
Mi sarebbe tanto piaciuto esplorare la piccola e rassicurante cavità nasale, mia e anche di altri, ma la vita ha in serbo per me avventure decisamente più pericolose dello scaccolarsi in pubblico.

Ad agosto come tradizione italiana vuole sono stata in ferie.
Non era neanche settembre che ero già in ufficio. Ma la smetterò di parlare di lavoro. Ha già preso il suo dovuto spazio nella vita reale, non vedo perché debba fare la sua entrata in scena anche qui.

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Ho appena letto un articolino, diminutivo usato non per sminuire ma perché indica brevità, che parlava di lavoro emozionale = ruolo femminile perché donna = multitasking emozionale since 4ever.
Argomento che mi tocca perché spesso mi trovo a chiedermi se la mia quest sia cosa buona e giusta o solo frutto di un inculcamento culturale che mi vuole emotiva perché bionda. O forse era stupida perché bionda? non ricordo.

In ogni caso poi mi calmo perché mi ricordo che in verità ciò per cui vorrei lottare è la possibilità di emozionarsi ed esprimersi in santa pace, senza retaggi sociali che ci definiscono deboli e forti, forti o deboli.
Perché il primo passo è ammettere che piangiamo tutti e lo facciamo nel modo in cui meglio crediamo. E ridiamo tutti e lo facciamo quando meglio lo vogliamo.
E tra i due estremi c’è un incredibile universo di sfumature.

Lo stigma quindi sogno che muoia insieme al riscaldamento globale.
O per lo meno spero che con l’innalzarsi delle temperature affoghi l’impossibilità da parte della società di gestire le emozioni delle persone in maniera sana e costruttiva, portandole a compiere gesti a volte collaterali.

Momento cineforum > La pazza gioia di Virzì
che credo esprima molto bene questa incapacità generale di gestire la tristezza, sentimento diffuso e onnisciente ma nascosto come dita nel naso.

5 motivi per mollare tutto e scaccolarsi.

Le ragioni che mi spingono a scrivere questo post sono molteplici.
Uno fra tutti è ovviamente la fruibilità dei post scritti a pallini; l’elenco è la narrativa del secolo. Infatti tu che scrivi ti impegni poco e chi legge si sente confortato dall’elenco e di conseguenza può perdersi dietro il nuovo aggiornamento della home di Facebook prima di finire di leggere. Poi vengono gli articoli clickbait stile 10 cose che le persone intelligenti fanno ogni giorno per vivere felici come labrador appena svezzati che lifehacker mi manda ogni giorno via newsletter e, infine, i miei preferiti, gli articoli slice of life ovvero: ho mollato tutto anche se avevo tutto perché sono stat* mollat* e quindi ora sono felice e voglio farvelo pesare ma allo stesso tempo farvi la morale con il mio coraggio/stile di vita unico sì rosicate merde che i vostri commenti mi fanno ringiovanire un like alla volta.

Detto ciò, parliamo di cose serie: parliamo di dita nel naso, comportamento stigmatizzato tanto quanto il ciclo e l’essere donna o comunque non uomo etero.

1. Scaccolarsi selvaggiamente allevia la tensione di una giornata improduttiva.
Ci sono momenti della giornata in cui ti senti stanco, incapace di portare a termine qualunque faccenda, hai le gambe stanche e addosso ti porti la tipica voglia di vivere di una scrofa nell’ultimo stadio della sua gestazione.
Ecco, in quei momenti fermati, lascia stare tutto quello che stai facendo, scegli il dito del diametro più adatto al tuo naso e scaccolati. Fruga con lo stesso pathos di un eroe greco e non fermarti fino a quando non hai raggiunto quel pezzo incrostato, composto da smog e muco notturno, che si trova tra la cartilagine e l’osso del tuo nasino.
Ora che l’hai preso complimentati perché hai portato a termine una missione veramente importante e coraggiosa. Ora la tua giornata ha un senso.

2. Scaccolarsi fa tornare bambini.
L’infanzia è quel periodo che, anche se triste e infelice, tendiamo a coprire con una coltre di romanticismo intorno ai 22 anni. Ricordiamo solo le cose belle, i momenti in cui la mamma e il papà ci portavano al parco, i primi gelati e le prime scaccolate al supermercato seguite dalle urla di Madre e angoscia infantile. Insomma, quei momenti dove ogni caccolone era una scoperta e ogni sfumatura di muco corrispondeva a un nuovo pantone dell’anno.
Ecco perché oggi, appena estrai il tuo Sacro Graal torni a essere il figlio di Indiana Jones che sognavi di diventare, per almeno 5 minuti, per poi scivolare nuovamente nella realtà, con la speranza che mamma non ti abbia visto.

3. Mettersi le dita nel naso rende invisibili.
Avete mai visto qualcuno scaccolarsi?
Fermi al semaforo, avete mai incrociato lo sguardo di qualcuno mentre eravate intenti a ravanare il vostro orto nasale? NO! Esatto!
Scaccolarsi rende invisibili agli occhi di questa società cruda e ingiusta, dove gli atteggiamenti socialmente disgustosi vengono relegati e non capiti in apparenza, per poi venire messi in pratica nel silenzio della propria solitudinesbarravita.

4. Scaccolarsi tiene in forma corpo e mente.
Chi pratica questo sport mondiale non riconosciuto dal comitato olimpico sa che non c’è palestra migliore. Mettersi le dita nel naso almeno 5 volte al giorno, distribuite in maniera regolare durante tutto l’arco della giornata, quindi 3 volte durante il lavoro e 2 volte a casa o in macchina, mantiene alta l’ansia di venire catalogati come schifosi senza ritegno, con ricadute importanti sul proprio metabolismo e attività cognitive.
Gli occhi, le dita, la cavità nasale e lo stomaco sono le parti che più traggono benefici da questa pratica antica, tramandata oralmente da tutte le civiltà conosciute per avere un naso.

5. Studi scientifici dimostrano l’importanza del mangiare il proprio muco.
Uno scienziato canadese teorizza che scaccolarsi e mangiare le proprie scaglie di muco solidificato risulta essere una pratica utile all’evoluzione dell’uomo e per la propria salute. Infatti, sembrerebbe che introdurre in bocca germi e altri schifi respirati cosparsi di muco serva al proprio sistema immunitario per studiare i nemici e preparare così le difese in caso di attacco. Maggiori info qui.

Ora che avete scoperto queste 5 scoperte che non pensavate mai e poi mai di scoprire in questa torbida estate 2016 raccontatemi le vostre esperienze in fatto di caccole.

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Perché cambio parrucchiere spesso. Ovvero: trucco e parrucco.

Questa mattina ho messo il mascara. Mentre mi sporcavo di nero tutto il contorno occhi pensavo che stessi perdendo del tempo prezioso, che potevo dedicare a cose tipo la colazione. Mi sono poi immaginata come in un personale sliding doors, dove la me con il mascara veniva investita da un’auto mentre era in bici mentre la me senza mascara non veniva investita ma anzi, aveva il tempo per giocare a Pokemon Go mentre pedalava andando a lavoro.
Ovviamente il mascara non ha influenzato così pesantemente la mia vita e sono arrivata in ufficio sudata e con un accenno di sbavatura nera, perfetta per trasformare la pelle riposata durante il weekend in occhiaie settimanali, come è giusto che sia.

Il trucco è quella cosa che ho conosciuto da piccola grazie a mia sorella e le sue amiche. Ricordo che i sabati estivi andavamo a casa della nonna della sua BFF perché loro dovevano prepararsi per andare in discoteca. La sua amica, che per me incarnava appieno la donna adolescente cittadina che passava l’estate in campagna, aveva tutti i trucchi dell’ultima moda e sapeva, grazie alle riviste per ragazze, come conquistare un ragazzo con un solo sguardo, profondo e seducente solo grazie al rimmel.
Essendo più grande di mia sorella era compito suo trasmetterle queste nozioni e trasformarla da 14enne in vacanza a casa della nonna a teenager con possibilità di limoni nel tragitto di ritorno a casa.
Mentre loro eseguivano questo rituale dai gesti ripetitivi io rimanevo in silenzio, seduta sulla sedia, ferma a fissarle.

Mia madre mi ha sempre detto che il trucco mi avrebbe fatto invecchiare la pelle. Lei è una donna le cui uniche alleate sono le numerose creme, che usa solo su alcune porzioni del viso e solo durante alcune ore della giornata.
Di famiglia abbiamo la pelle chiara, bianca e sottile. Questo significa che così come non trovo un reggiseno della mia taglia non trovo neanche un fondotinta della mia tonalità; una scusa ideale che giustifica, durante le conversazioni, il mio rifiuto nei confronti del trucco.

Che poi i rossetti mi piacciono e il mascara trovo che faccia il suo dovere. Immagino che un giorno imparerò anche ad usare il blush. Oggi però lasciatemi stare. Non ho voglia e non mi interessa. La risposta sincera è questa.
Negli ultimi 2 anni ho cambiato parrucchiere 3 volte e il motivo non è perché tagliavano male o trattavano la mia corta chioma con poco tatto. No, il motivo è che arrivava sempre, presto o tardi, quella che mentre mi pettinava con la stessa foga con cui si pettina un puledro selvaggio mi chiedeva ma non ti trucchi? perché? posso truccarti io se vuoi!.
MA COSA VUOI LASCIAMI STARE!! È sabato pomeriggio, sono appena arrivata da lavoro e/o ho appena finito di pulire casa. Sto pagando per un servizio che cerca di rivendermi maschere per capelli rivitalizzanti in maniera subdola e tu mi guardi come se fossi l’unico elemento femmina che getta in ombra tutte le donne del mondo perché non truccata?! Ma che customer service è mai questa?

Perché non ti trucchi? eppure non sei brutta.
AH OK!
Ti concedo di mettermi le mani nei capelli non di ondularmi con il ferro l’autostima, grazie.
Preoccuparsi di apparire perfettamente in ordine non rientra più nelle mie priorità da quando ho fatto pace con l’idea che la frangia non starà mai perfetta ma, anzi, tenderà ad assumere la tipica forma a gufo, anche questo un tratto di famiglia.
E poi oltre a togliermi energie e sottrarre tempo alla colazione, mi costa pure soldi.
Soldi che pago già nel perenne rincaro che subiscono tutti i prodotti rosa. Lamette, saponette, assorbenti (sì, #tampontax), ma anche canotte e semplice lingerie.

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E poi mettiamo che io sia alla ricerca di un qualche incentivo per truccarmi o di un motivo solido e razionale. Cerco su internet e cosa trovo?
Ma ovviamente il nuovo trend del momento! Ovvero 100 layers of make up.
Seriamente. Questa cosa nata come video pseudo-arty 5 anni fa e che vidi su NOWNESS (qui il link) ora è diventato un trend mondiale, di cui mi rifiuto di condividere video e/o articoli.
Avete infatti già sprecato abbastanza tempo leggendo questo mio post; non sprecatene altro <3.

 

 

Non c’è bozza senza incipit.

Ennesima bozza.
O forse no.

Oggi fa caldo ma è estate quindi dire ovvietà non fa altro che produrre altro sudore.

Ecco, questo post sta per diventare l’ennesima bozza.
Ne conto 11 e in ordine sono:

1. senza titolo
incipit: Il calendario mi ricorda che non pubblico da 16 giorni qualcosa di nuovo. Qualche bozza c’è ma nulla è definito, se non la stanchezza che dalle gambe sale su fino alla testa.
Ieri ho sentito l’ovulo lanciarsi in caduta libera dall’ovaia destra e per tutto il percorso ho avuto questa fitta prolungata che, mano a mano che avanzava il tempo, mi portava in uno stato di piacevole dolore dal moto continuo.
Il caldo si è abbattuto sulla città come estranei sulla grande barriera ma devo dire che mi sono lasciata sopraffare senza fare troppe domande.
NO OK, un giorno mentre pedalavo per tornare a casa ho rischiato di svenire in mezzo all’incrocio più cattivo di Torino causa calo di zuccheri. Ho rimediato con un gelato dai gusti bacio di dama e mandorle + ricotta con fichi + panna. La panna puntualmente mi è caduta prima sulla t-shirt bianca, per poi rotolare sulla gonna nera e infine infrangersi al suolo come una goccia di sudore.

2. senza titolo
incipit: perdonare un genitore diventa, così, particolarmente difficile perché concedersi il perdono è cosa da sciocchi.

quindi questo è la morale del fatto che siamo tutti un misto di razze.

tarocchi per terra, sfiga,

AH OK! SI VEDE CHE ERO PROPRIO IN VENA DI CHIAREZZA MENTALE.

3. Contro l’entusiasmo.
incipit: Analfabeti emotivi.
Non sappiamo che cosa proviamo, non sappiamo dare un nome a un sentimento, a una sensazione o emozione.
Eppure il sorriso è ovunque.
Fassino nell’ultima campagna elettorale sorrideva. Di quel sorriso ho sentito dire di tutto. La cosa più vera è che era finto.
Essere se stessi, caro Piero, chiaramente premia.
“Perché non sorridi? dai, fallo un piccolo sorriso! Saresti più carina!” devono avergli detto.

4. senza titolo
incipit: Recentemente molti pensieri mi sono passati per la testa. La maggior parte prevedeva la messa in atto di un piano B, dove io sono la protagonista che fugge dalle proprie responsabilità e, in generale, la vita.
Sono così arrivata a una conclusione: più ciclica delle mestruazioni c’è solo l’ansia.

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Mi fermo qui, al numero 4, perché non ho voglia di scavare più a fondo.
È estate, la stanchezza si fa sentire, la voglia di diventare una nuova specie umana misto divano cresce così come cresce il tempo passato sul divano.
Poi ho ceduto la mia anima a netflix e il mio culo alla sedia dell’ufficio.

E POI NELLA MIA TESTA FRULLANO TROPPE IDEE CHE SPERO DI RIUSCIRE A REALIZZARE A PARTIRE DA SETTEMBRE.

 

Compleanni e ricordi di me stesa. (battuta in corso)

È quel tempo dell’anno in cui mi preparo mente, corpo e anima al mio anniversario.
La mia nascita infatti è avvenuta un mattino di luglio nel 1990 in Romania, nell’ospedale cittadino.
Mia madre narra che appena nata ero una bambina così bianca, pallida e grassa che in trasparenza sulla schiena mi si vedeva una striscia di grasso sottocutaneo.
Che schifo!
Ma, per il resto, a quanto pare ero tenera.

Non piangevo neanche tanto per essere una bimba nata con in testa già la democrazia, come padre ricorda.

Mia sorella dice che la prima volta che mi ha vista è stato dalla finestra dell’ospedale, bianca e grassa appunto.
In Romania infatti c’era quest’usanza super-comunismo per cui le madri non potevano ricevere visite e facevano vedere i bambini dalla finestra, in pieno stile Michael Jackson.
Poi, se i parenti portavano cibarie o regali la donna doveva far scendere una corda, a cui loro appendevano i doni. Un sistema simpatico e user friendly, neanche avessero appena partorito la lebbra.
Ricordo di aver fatto la conoscenza di molti miei cuginetti in questo modo.

Da piccola ci ho messo un po’ a iniziare a parlare perché sostanzialmente non avevo cazzi. Uno dei miei primi ricordi di me stessa è rimasto nella famiglia perché si è svolto più o meno così: i miei genitori e mia sorella continuavano a dirmi di dire la buona notte, ripetendomelo all’infinito. A me la cosa scazzava di brutto, e quel sentimento me lo ricordo bene. Così una sera, mentre andavo in camera a dormire e loro ripetevano dai dilla sta buona notte, io mi sono girata e con tono di suprema superiorità ho detto che la buona notte io non sapevo dirla. Il tutto con voce da infante e storpiando le lettere.
Questo ha fatto sì che ancora adesso la frase nu tiu sa spun noate duma viene usata per augurarci sogni d’oro.

Quindi se il primo ricordo che ho di me medesima è di una me scazzata, il secondo non è da meno; infatti al numero due ho me che piango perché non volevo fare una foto. La prima volta di una lunga serie, direi.
Nel post comunismo, non ho capito perché, si usavano questa posa che vedeva il bambino steso per terra (qui ti devi ricollegare al titolo! capito? ha ha ha!!) su un cuscino ricamato con i motivi tradizionali della nostra terra. A me faceva cacare la posa bimbo arenato su di una mare di democrazia, non il cuscino, e quindi cosa ho fatto? Ho pianto.
E che foto mi hanno scattato?  Questa.

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Non so se si nota ma sto urlando tutto il dolore che avevo in corpo. E sì, quello a lato è l’albero di natale.
Il completino azzurro, finemente fatta a mano da madre, e il fiocco al collo erano però bellissimi.
Nota: da piccola non volevo mai stare senza la mia cuffietta. Testa calda? Freddo est europa? A voi la scelta.

Terzo ricordo?!
Non in ordine di memoria ma perché terrificante, ovvero quella volta che sono rimasta chiusa in camera al buio perché era andata via la luce.
Da brava bimba solitaria avevo l’abitudine di rifugiarmi sotto il tavolo, dove coloravo appoggiata alla valigia da militare di mio padre. Per colorare intendo pasticciare l’album di famiglia e le foto del matrimonio dei miei.
Una sera avevamo parenti o amici per cena e io, subito dopo aver mangiato, sono andata a chiudermi nel mio mondo silenzioso. Cosa è successo? È andata via la luce.
Terrore o, per dirla alla Apocalipse Now, THE HORROR!

Da quel momento ho sviluppato una paura per il buio che, ancora adesso, mi porto appresso con sano orgoglio.

Domenica sono 26. Mi manca la cuffietta azzurra.

Scarpe aperte per la vita.

Non mi ricordo l’ultima volta che ho pianto per due sere di seguito, sul balcone, guardando le montagne.
Forse perché ora le montagne non si vedono molto bene. Dove vivevo prima il Monviso indicava come una freccia il cielo dove a turno apparivano scie chimiche, nuvole di cotone e il limpido mare azzurro.
Azzurro è una parola che appena sono arrivata in Italia mi creava mille problemi. Non potete negare che sia un gruppo abbastanza strano di lettere, con due zeta e due erre.

Ai piedi indosso zoccoli di legno e pelle rossa che uso per stare in ufficio ma a volte porto anche fuori. C’è stato un periodo, pochi mesi fa, in cui non riuscivo più a sopportare l’idea di avere i piedi fasciati dalle scarpe per 10 ore o più al giorno. Avevo continuamente le gambe pesanti come blocchi di marmo e i piedi gonfi come quando rimangono per troppo tempo nell’acqua.
I sabot sono tanto brutti quanto comodi. Così tanto che sono finiti per piacermi.
Mi piace quando finito di lavorare rimetto le scarpe e non le sento strette, mi piace che il piede venga accompagnato dalla forma della suola di legno a stare comodo e mi piace l’aria.

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illustrazione di Laura Berger 

Mi sento senz’aria, nella vita.
Da giorni mi sento come se l’universo fosse in espansione mentre io rimango indietro, un punto distante che vede tutto muoversi mentre un meteorite mi appesantisce, mi schiaccia e mi toglie l’aria.

Mi sento fuori sincro, fuori tempo e fuori misura.
Mi sento incapace di sentire gli altri e incapace di urlare, parlare e respirare.

È come se stessi vivendo un lungo e lento attacco di panico dato da una serie di scelte errate fatte sperando che le cose vadano meglio.

Mi sento nel mio corpo come unico essere in grado di percepire la vacuità del presente, l’incertezza del futuro e l’irrimediabile passato.

Mi sento come un piede stretto in una scarpa piccola, dimenticata sotto il letto.

Vorrei che su zalando ci fosse l’opzione scegli la misura della tua vita per procedere con l’acquisto.

Baguette per squali.

La baguette calda del Carrefour è la mia metafora preferita per quanto riguarda il consumismo.
Sembra buona, fresca e croccante ma in verità è solo un prodotto surgelato.

A lavoro spesso e volentieri ho sentito e sento dire le seguenti frasi: sei giovane e alla tua età devi essere dinamica ! pronta a tutto ! entusiasta !!!! sorridente !!!!! e piena di vita !!!!!!!!!
A volte mi è stato rimproverato di essere una persone che non si impone.

Per me è un problema, perché: imporsi è un concetto che implica prevalere su qualcuno. Io non voglio prevalere su nessuno perché lo ritengo uno spreco di energie. Questo non significa che io sia una persona senza ambizioni.

Sono una ragazza, una giovane donna nel mondo del lavoro, come tante altre. Le persone a prima vista pensano che io abbia 18 anni, se non 16.
Ho notato che non ci si aspettano parole dure da una come me. In generale le persone non si aspettano parole dure da una ragazzina. Figuriamoci la sincerità. Quella mai e poi mai.

Una cosa che mi sono spesso ritrovata a pensare è non confondete la tranquillità per debolezza.
Spesso però succede. Anzi, succede sempre. Ti vedono silenziosa, magari gentile o un po’ timida e quindi pensano subito ah, questa è debole, me la schiaccio come voglio. No, aspè, il cazzo che mi schiacci!
Le persone forti sembrano rispondere sempre allo stesso copione: solo quelle persone che prendono la parola o ti parlano addosso non facendoti finire la frase; sono le persone che non accettano un no come risposta ma nemmeno un , accettano solo hai ragione tu, la penso come te.
Ha ragione chi alza di più la voce, chi modula il proprio linguaggio del corpo in maniera dominante, espansiva e sicura.
Maschi e femmine alfa.
Mi annoiate.

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La retorica del forte mi richiama un immaginario maschile.
All’uomo viene richiesta forza, coraggio, un tono di voce serio, autorevole e adulto.
Non hai più 18 anni, o 20, ne hai 25.
Non sei più un ragazzino, non puoi piangere.
Se la donna vuole avere successo deve quindi emulare questi atteggiamenti, o almeno è questo ciò che ci dicono.

Lo stereotipo della donna in carriera che ci viene fornito dalla cultura pop, esempio i film, va a influenzare l’immaginario collettivo di chi muove i primi passi nel mondo del lavoro. Mi vengono in mente diverse conoscenti, giovani donne frutto di imposizioni culturali che boh.
Mi viene in mente Suits, serial che ho seguito per un po’ di stagioni prima di riorganizzare la mia vita. Parla di uno studio legale al top di NYC al cui capo abbiamo una donna di colore. Cazzuta, bella e sempre messa in discussione. Da amici, colleghi e nemici. Sempre. La sua risposta? Una corazza misto tra sensualità e forza maschile.
Quindi puoi anche comandare ma sappi che nessuno ci crederà veramente al tuo successo.

Una volta ero a una conferenza in cui si parlava del giusto modo di fare le presentazioni e presentarsi. Un signore ha raccontato la sua esperienza negli states e per descrivere le donne ha usato la parola squalo.
“Yes, women in America are encouraged to become sharks for the sake of their job.” questo è stato il commento della relatrice dell’incontro, una donna di origine statunitense ben abituata alla cultura del lavoro made in USA.

Nella mia infinita to read list c’è anche il libro Thrive di Arianna Huffington. Prima di conoscerla come madre dell’Huffington Post l’ho conosciuta grazie alle parodie del Saturday Night Live. Del libro ho letto solo l’incipit, quello che ti mandano in formato Kindle per capirci, quindi non posso giudicarlo, dire se è bello, brutto o giusto. Mi sono però segnata alcune frasi, tra cui: “For the rest of us, we need to redefine what we value, and change workplace culture so that working till all hours and walking around exhausted become stigmatized instead of lauded.

Ieri mi sono ritrovata a chiedere l’autorevolezza che mi spetta tramite una mail definita cazzuta. Ho dovuto rimproverare il mio interlocutore per avermi sottovalutata, per avermi guardata come si guardano le ragazzine di 18 anni e per non aver creduto da subito alle mie parole. Ieri ho dovuto usare un tono che si poteva benissimo evitare se solo lui fosse andato oltre il mio sorriso e il mio grazie.
L’abito non fa il monaco, dicono.

Forse dovrei smetterla di comprare la baguette fintamente autorevole del carrefour e tornare alle non troppo gentili panettiere di quartiere.